Superinteressante #8 — Ho iniziato a mangiare per consolarmi

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A un certo punto, dopo che sono nati Carlo ed Edoardo, ho iniziato a mangiare. Non per fame — quella la riconosco. Mangiavo per altro. La sera, dopo una giornata di pianti, notti spezzate e lavoro arretrato, aprivo il frigo. Non cercavo qualcosa di specifico. Cercavo un momento di sollievo — qualcosa che fosse solo mio, in una giornata in cui tutto era stato di qualcun altro.

Me ne sono accorto abbastanza in fretta. Forse perché mi osservo, forse perché ho letto abbastanza da riconoscere il meccanismo quando lo vedo. Anzi, so perché: perché vengo da 5 anni di psicoterapia, dove ho imparato a conoscermi. Ma la cosa che mi ha colpito è un'altra: quante persone fanno esattamente la stessa cosa senza rendersene conto? Mangiano per stress, per noia, per compensare qualcosa che non riescono nemmeno a nominare. E quando se ne accorgono — se se ne accorgono — sono già in un posto da cui è difficile tornare indietro.


Quando la vita è fuori controllo, il corpo cerca qualcosa da gestire. È un meccanismo semplice: se non riesci a controllare il sonno, il lavoro, le relazioni, la stanchezza — controlli il cibo. Perché il cibo è lì, è immediato, e ti dà un sollievo istantaneo. Non devi chiedere il permesso a nessuno, non devi aspettare, non devi negoziare. Apri il frigo e per trenta secondi il mondo si ferma.

Non è una questione di disciplina o forza di volontà. Chiunque ti dica "basta volerlo" non ha capito il problema. È un meccanismo di compensazione — il cervello che cerca di bilanciare qualcosa che manca da un'altra parte. Il comfort food non è il problema. È il segnale che qualcosa sotto non è gestito. Magari è la stanchezza cronica. Magari è lo stress che non hai nominato. Magari è il fatto che non ti stai prendendo cura di te da settimane e il corpo si arrangia come può.

La differenza tra chi se la cava e chi finisce in un posto brutto è una sola: accorgersene. Vedere il pattern — riconoscerlo, dargli un nome — è già metà del lavoro. Perché nel momento in cui vedi quello che stai facendo, smetti di farlo in automatico. E lì, in quello spazio tra il gesto e la consapevolezza, inizia il cambiamento.


Una cosa che ho trovato:

Habit tracker analogico

La cosa più controintuitiva che ho fatto in questi mesi. Io — che automatizzo tutto, che ho trentadue agenti AI e vivo dentro un terminale — ho iniziato a tracciare le abitudini su carta. Un foglio, una penna, una X per ogni giorno. La fisicità del gesto cambia tutto. Vedere la riga di X che cresce ti dà qualcosa che nessuna app ti dà: la sensazione di aver fatto qualcosa di concreto, di reale. Funziona.

"One of our greatest challenges in changing habits is maintaining awareness of what we are actually doing."

— James Clear, Atomic Habits

La sfida più grande non è cambiare. È accorgersi. Finché non vedi il pattern, non puoi fare niente. Ma nel momento in cui lo vedi — nel momento in cui dici "eccolo, è questo che sto facendo" — hai già iniziato a cambiarlo. La consapevolezza non è la soluzione. È la porta.


Qual è la tua strategia di comfort quando tutto diventa troppo?

Rispondimi — leggo tutto.

G.