Superinteressante #15 — Ti rispettano a metà

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Dieci anni fa, i miei primi anni da avvocato. Riunione su un'operazione che seguivo dall'inizio: conoscevo quel fascicolo meglio di chiunque altro nella stanza. Sto spiegando un punto del contratto e vengo interrotto. Due volte, da due persone diverse. Aspetto il mio turno, finisco il ragionamento, e chiudiamo la riunione.

A fine giornata arriva l'email di recap. Dentro c'è un calendario di scadenze, e una è in capo a me. Nessuno mi aveva chiesto se avessi tempo o meno. Nessuno me l'aveva nemmeno detta a voce: era lì, data per scontata, come si dà per scontato un mobile della stanza.

Ricordo di averla riletta due volte la mail quella sera, cercando il nome della sensazione che provato. Non era rabbia: era una cosa più sottile, che all'epoca non sapevo nominare. Facevo tutto bene, e non avevo i risultati sperati.


Per anni, almeno fino ai miei primi 30, ho creduto a un patto che nessuno aveva mai firmato con me: io faccio bene il mio lavoro, e il mondo se ne accorge. Se sono "bravo" avrò ciò che "merito".
Il risultato era mancanza di rispetto.

Il problema non era il mio valore. Era il modo in cui lo comunicavo. Gli altri non hanno accesso al tuo valore: non vedono le ore di preparazione, la cura, la fatica dietro le cose fatte bene. Vedono i segnali — come entri in una stanza, come parli, cosa fai quando ti calpestano. E su quei segnali decidono, senza nemmeno accorgersene, quanta attenzione, e rispetto, darti. Non è cattiveria (di solito): è che nessuno ha il tempo di scavare fino al tuo valore, e tutti leggono quello che passa in superficie. Il merito, da solo, non trasmette: è una radio accesa a volume zero.

Fare bene e aspettare che se ne accorgano è una strategia che fallisce. Sempre. Semplicemente non succede niente. Le decisioni continuano a passarti sopra, e tu continui a lavorare bene, convinto che prima o poi si vedrà. E intanto, senza volerlo, insegni a tutti che così va bene. Il rispetto non è un premio al tuo valore — è il risultato dei tuoi comportamenti. E la parte positiva è che i comportamenti si possono cambiare senza cambiare chi sei. Non serve diventare qualcun altro, alzare la voce, fare la faccia dura. Serve smettere di parlare come se non meritassimo il rispetto del mondo.


Una cosa che ho trovato questa settimana:

La sostituzione scusa → grazie

Cosa fa → sostituisce le scuse di cortesia con un ringraziamento. "Scusa il ritardo" diventa "grazie di avermi aspettato". "Scusa se ti disturbo" diventa "grazie per il tempo che mi dai". "Scusa se rispondo solo ora" diventa "grazie per la pazienza". Perché la uso → è un segnale piccolissimo, ma ribalta la cornice: da debitore che chiede perdono a pari che riconosce il tempo dell'altro. Le scuse vere restano per gli errori veri — quella è assunzione di responsabilità, un'altra cosa.

"Vivi come se, dicendo le cose giuste, la gente ti apprezzerà. Come se, accollandoti sempre più lavoro, il tuo capo ti rispetterà. Come se, comportandoti nel modo giusto, prima o poi troverai pace. Non succederà."

— Mel Robbins, The Let Them Theory

È la mia vecchia strategia scritta da qualcun altro. Il patto implicito — io faccio, voi vi accorgete — messo nero su bianco, con quel "non succederà" secco alla fine, che nessuno mi aveva mai detto in faccia. L'ho sottolineata per un motivo semplice: avrei voluto leggerla quindici anni fa, quando ancora confondevo il fare di più con il farmi rispettare.


Il pensiero di questa settimana nasce da un video che ho pubblicato sul canale — lì l'ho preso dal lato pratico, sette comportamenti concreti. È qui se ti va: https://www.youtube.com/watch?v=LnPpMFuRoOc


In quale stanza della tua vita ti stai accontentando di un rispetto a metà?

Rispondimi — leggo tutto.

G.