Per un sacco di anni una cosa sola mi ha tenuto bloccato, e non c'entravano i soldi che non avevo o il tempo che non avevo. Era la paura. La paura del giudizio degli altri, la paura di sbagliare, la paura di fallire. Una paura silenziosa, quasi educata, che ogni mattina mi ripeteva la stessa cosa, "non è ancora il momento, non sei pronto, lascia stare". E io ci credevo, a quel racconto.
Poi ho incontrato tre idee che mi hanno fatto capire che quella paura mi stava semplicemente mentendo. Non c'era nessun pericolo da cui proteggermi. Le tre idee vengono da uno psichiatra, da un filosofo morto 2000 anni fa e da una donna che per un sacco di anni è stata vicino alle persone che stavano per morire. E non ti dirò che la paura era sbagliata, né che devi buttarti nelle cose e basta. Ti racconto come queste idee mi hanno restituito anni interi della mia vita, e come puoi smettere di sprecarli anche tu. Partiamo.
Quel nodo in gola prima di inviare la candidatura
Hai presente quella sensazione fisica che ti viene prima di mandare una candidatura, prima di parlare con una persona che per te è importante, prima di dire una cosa difficile? Il nodo in gola, lo stomaco che si chiude. Randolph Nesse è uno psichiatra che su quella sensazione ci ha costruito un libro intero, Good Reasons for Bad Feelings, che tradotto suona bene anche in italiano, buone ragioni per stare male. E l'idea di base è questa. Quella sensazione non ti sta prevedendo niente, è un allarme, e per di più un allarme fatto apposta per suonare troppo, per cui il fatto che suoni ti dice pochissimo su quello che succederà davvero.
La maggior parte di noi (io fino a poco tempo fa) la legge al contrario. Sentiamo la paura, pensiamo che sia un avvertimento che qualcosa andrà male, e da persone sensate e logiche quali siamo concludiamo che fare quella cosa è pericoloso. Quindi aspettiamo che la paura passi, e poi iniziamo. Il problema di questa impostazione, che è quella che insegnano a tutti, è che la paura non passa aspettando. Aspetti di sentirti pronto per cambiare lavoro, magari quella paura lì passa pure, e ne arriva subito un'altra. Perché il nostro sistema è studiato per farci evitare il cambiamento. Il cambiamento è sconosciuto, mentre quello che conosciamo, per quanto sgradevole, in qualche maniera è sicuro.
In questa trappola io ci sono cascato un sacco di volte. Ogni volta che dovevo fare una scelta significativa la paura veniva fuori da sola, e per un sacco di tempo mi sono detto, se ho così tanta paura vuol dire che forse non devo farlo. E rimanevo lì.
Un allarme costruito per suonare troppo
Il problema vero è come è costruito questo allarme. Per i nostri antenati, nella savana o nella foresta, sentire un fruscio e scappare costava un po' di energia e un po' di fiato. Non scappare poteva costare la vita, perché dietro quel fruscio magari c'era la tigre coi denti a sciabola o un orso enorme pronto a mangiarli. Quindi in migliaia di anni il nostro allarme è stato costruito per suonare anche quando il pericolo non c'è veramente. E tutto quello che ci capita dopo gli alza il volume. Nel mio caso la precarietà, la precarietà economica, i problemi di salute di persone a cui volevo bene. Ogni esperienza di quel tipo lo alimenta e lo fa suonare sempre più forte.
Quell'allarme è fatto per suonare troppo, quindi quando suona vai a controllare se c'è il fuoco, e se non c'è vai avanti. Pensalo come il rilevatore di fumo in cucina. Se hai bruciato un toast o hai fatto andare troppo le patatine, suona lo stesso, e suona come se in casa ci fosse un incendio devastante. Ma tu non scappi in mezzo alla strada acchiappando il gatto, tuo figlio e la cuffietta della doccia mentre chiami i vigili del fuoco. Vai a controllare il tostapane. Se ogni volta che ti viene paura di qualcosa ti sembra una paura insensata, probabilmente hai solo bruciato un toast.
Soffriamo più per quello che immaginiamo
Qualche anno fa una persona che conosco e che stimo tantissimo mi ha fatto leggere una frase di Seneca, che suona più o meno così. Sono di più le cose che ci spaventano di quelle che ci opprimono, e soffriamo più spesso per cose che immaginiamo che per cose che accadono davvero. Perché la paura abita in un futuro che non esiste ancora e che probabilmente non esisterà mai. Nel presente non la trovi. Un po' come l'ansia di fondo.
E noi quel futuro lo riempiamo di film. Il capo che ti chiama nel suo ufficio e tu hai già svuotato la scrivania. La gente che riderà di te, prima ancora che tu abbia fatto il tuo primo tentativo (nel mio caso il primo video su YouTube). Sono tutti film, e il 99,9% periodico di questi film non va mai in onda. E quando va in onda è diverso, sicuramente meno peggio di come ce l'eravamo figurato.
Tre modi per uscire dal film
Come ci si sgancia da questo film? Io ho imparato tre modi, e li uso per tornare alla realtà e vedere la paura per quello che è, un'anticipazione.
Il primo è dare un nome alla paura, ad alta voce. Dici quello che provi. "Provo paura per questa cosa che devo fare, per quella chiamata, per quell'evento. Provo questa sensazione." Già così fai un passo indietro, ti stacchi dal tuo pensiero.
Il secondo è scriverla. Su un foglietto, nelle note del telefono, dove ti pare.
Il terzo, se i primi due non bastano, è farti una domanda. Questa cosa sta succedendo adesso, o me la sto raccontando? Perché per quanto uno scenario catastrofico possa sembrare reale nella tua testa, non sta succedendo. Sta solo lì dentro. Tu sei sul divano, o stai leggendo questa pagina, e quello che è reale è quello che stai facendo adesso. Il resto lo stai immaginando.
E lo so che sembra tutto semplicissimo. È semplicissimo. Non scartare questi strumenti solo perché ti sembrano troppo facili, provali.
Quanto ti costa continuare ad ascoltarla
C'è una cosa che però non ti dicono, ovvero quanto ti costa continuare a dare retta alla tua paura. A me l'ha fatto capire un libro che sinceramente vorrei non aver letto, perché è stato molto pesante per il mio modo di guardare certe cose, e si chiama ⟨Vorrei averlo fatto⟩, di ⟨Bronnie Ware⟩. È una donna australiana che ha passato un sacco di anni della sua vita ad assistere persone che erano alla fine della propria, e si è annotata tutto quello che le dicevano. Il rimpianto più grande, quello più comune, quello che io non voglio avere quando la mia vita finirà (e secondo me nemmeno tu) è questo. Vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita fedele a me stesso, e non quella che gli altri si aspettavano da me.
Ed è una cosa studiata anche a livello psicologico. Nel breve periodo ci pentiamo soprattutto delle cose che abbiamo fatto. Nel lungo periodo, quello che vale veramente, ci pentiamo delle cose che non abbiamo avuto il coraggio di fare.
Questo libro mi ha aperto gli occhi su tutti i miei "lo farò quando non avrò paura", "lo farò quando sarà il momento", "l'anno prossimo, in un'altra situazione". Rifugi illusori che mi tenevano lontano da tutto quello che volevo veramente nella mia vita. E i 10 anni del titolo sono un numero reale, non l'ho buttato lì per fare effetto. Se oggi non fai quella cosa, come sarà la tua vita fra 10 anni?
Il Giuseppe di 10 anni più vecchio
Quando sento paura di fare qualcosa mi chiedo una cosa sola. Cosa direbbe di me il Giuseppe di 10 anni più vecchio? Perché il Giuseppe che sarà vicino ai ⟨50⟩ anni è il mio obiettivo, il mio idolo. E poi ci sarà quello dei 60, dei 70, e speriamo degli 80, 90, 100, 110. Io non voglio assolutamente deluderlo. E mi ricordo esattamente l'ultima volta, qualche tempo fa, in cui ho detto "ho paura". Arianna mi ha abbracciato e mi ha detto "vai avanti, perché la paura non esiste".
Non importa quante di queste idee ti rimarranno in testa, perché un po' di paura rimarrà sempre. La differenza è che la maggior parte delle persone aspetta che passi, e altre iniziano a muoversi con la paura addosso. Quell'allarme continuerà a suonare. Vai a vedere se c'è il fuoco. Se non c'è, vai avanti, e ti auguro davvero il meglio.