Ho 39 anni. Se sei un 20enne, Guarda Questo Video.

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6 errori che ho fatto tra i 20 e i 37 anni, uno dentro l'altro come scatole cinesi, e la cosa che vorrei urlare in faccia al Giuseppe ventenne.


Se potessi tornare indietro di 10 o di 20 anni, c'è qualcosa che cambieresti? Pensaci un attimo. Io questa sensazione l'ho provata un sacco di volte negli ultimi anni, e adesso che fra 6 mesi ne compio 40 vorrei davvero poter parlare al Giuseppe ventenne, perché mi sarei risparmiato un sacco di errori e un sacco di sofferenza se qualcuno mi avesse detto quello che sto per dirti.

Non ti dirò di svegliarti alle 5 del mattino o di credere nei tuoi sogni. Ti racconto gli errori veri che ho fatto nei miei 20 anni, quelli che mi sono costati tempo e dolore e che ho avuto altri 20 anni per capire. E la cosa assurda è che ognuno di questi errori si nascondeva in quello precedente, come un gioco di scatole cinesi.

Il primo errore, quello che probabilmente stai facendo adesso

Era il 16 ottobre del 2010 quando sono diventato ufficialmente dottore in giurisprudenza, perfettamente nei tempi, a pieni voti. E la prima cosa che ho fatto dopo la laurea (vabbè, a parte ubriacarmi con gli amici, ma quella è un'altra storia) è stata mandare il curriculum in giro per trovare uno studio dove fare la pratica. Ho fatto esattamente quello che ti dicono di fare a 20 anni dopo che hai studiato una vita, ovvero sistemarti. Nel mio caso era lo studio legale, per altri è il posto fisso, la casa, l'auto, il mutuo, la famiglia, i figli, e poi a un certo punto la pensione.

E non mi sono mai fermato a chiedermi se io lo volessi davvero tutto questo. Ho seguito il percorso standard che ci spiegano tutti, e quando te lo spiegano nessuno ti chiede se lo vuoi. Ti mettono in fila, parti, fine della storia. E la cosa assurda è che non ti sembra di aver sbagliato, anzi, ti sembra di aver rispettato le regole. Tutta la società ti dice che stai andando alla grande.

Il percorso in sé può anche andare bene, sia chiaro. Il problema è se l'hai scelto tu. Io non l'avevo scelto, e c'è una differenza enorme tra camminare in una direzione perché vuoi andare in quel posto e camminarci perché in quel momento ci sta camminando tutta la folla. Me ne sono accorto molto tardi, più o meno alla fine dei miei 30 anni, quando mi sono reso conto che stavo vivendo una vita che non volevo. E tutto il tempo sprecato in un percorso non mio non me l'ha mai restituito nessuno.

Cambiare è stato molto più facile nelle relazioni e negli hobby, più difficile nel lavoro. Solo negli ultimissimi anni ho cambiato la direzione della mia professione di avvocato. E c'è una domanda che mi ha aiutato, che a me ha letteralmente cambiato la vita, e te la regalo. Prendi quello che stai facendo oggi, il lavoro, la relazione, la città in cui vivi, e chiediti se, potendo scegliere da zero, lo sceglieresti di nuovo. Se la risposta è no, hai un problema vero. E il problema è che non l'hai deciso tu.

Il metro con cui misuravo tutto

Nel mio caso non solo vivevo una vita che non era mia, la stavo pure misurando con un metro che non era il mio. Ed è il secondo errore, il più subdolo, perché sembra una cosa intelligentissima. Per un sacco di anni ho misurato il mio valore, le mie scelte, il mio successo, unicamente con quanti soldi stavo guadagnando in quel momento. E questo errore di metrica, se inizi a farlo a 20 anni, te lo trascini per tutta la vita, è difficilissimo uscirne.

Vedevo gente della mia età, di cui non sapevo assolutamente nulla, guadagnare molto più di me, fare molte più cose di me, e io mi sentivo inadeguato. Mi sembrava di non aver lavorato abbastanza. E per assurdo, più rincorrevo il guadagno, meno soldi facevo. Pazzesco.

Tutti ci misurano per i soldi che guadagniamo, per quello che mettiamo da parte. E se provi a dire che vorresti fare una cosa che ti rende più felice ma paga meno, la risposta è "ringrazia che un lavoro ce l'hai, ti rendi conto di quanto prendi?". Ma cazzo, non funziona così. Se misuri la tua vita con il metro di qualcun altro, gli stai dando il controllo della tua vita. I soldi sono la benzina che muove le cose, e la benzina serve soltanto se sai dove vuoi andare. Questa la vorrei urlare in faccia al Giuseppe di 20 anni.

Quando ho capito che la direzione era sbagliata, ho spinto più forte

E quando ti accorgi che stai andando nella direzione sbagliata, cosa fai? Io ho fatto la cosa che ho sempre saputo fare meglio nella mia vita, spingere ancora più forte. Ed è il terzo errore, la trappola perfetta.

C'è stato un periodo, tra i 27 e i 37 anni (sì, un periodo lungo), in cui lavoravo qualcosa come 13-14 ore al giorno. Sveglia presto, lavoro, lavoro, lavoro, testa bassa. Nella mia testa la storia era che se non stai lavorando o producendo, stai perdendo tempo. Il mio problema non era fare troppo. Stavo spingendo nella direzione sbagliata, e nessuna quantità di sforzo, di impegno, di lavoro può compensare una direzione sbagliata. Lo sentivo che c'era qualcosa che non andava. Ma saperlo non basta.

Qualcuno ti sta guardando

E qui arriva il quarto errore, quello che ti tiene incastrato anche quando hai capito tutto il meccanismo. Qualcuno ti osserva e giudica quello che fai. La scena l'ho vista un sacco di volte. Pranzo di famiglia, e parte la domanda del genitore, della zia, del cugino, "ma quand'è che fai un figlio?", "ma ti piace il tuo lavoro?". Tu ingenuamente rispondi "non lo so, quando troverò la persona giusta", oppure "sì, mi piace, va tutto bene". E la risposta è "ah, perché tuo cugino aspetta 14 gemelli", oppure "pensa che Marco ha appena cambiato la macchina e si è comprato la casa al mare".

In Italia funziona così. La famiglia non ti giudica con le parole, probabilmente nemmeno con malizia, ti giudica con i confronti. Il figlio di Maria, tuo fratello alla tua età. E tu senti questa pressione costante sul collo e non riesci a spegnerla. E non è solo la famiglia, è l'intero sistema di questo cazzo di paese che funziona così male. Se dici che vuoi lasciare il posto fisso per fare qualcosa di tuo, o che vuoi aprire un canale YouTube per parlare di quello che ti pare, ti guardano come se avessi detto che vai a vivere su Marte.

Da questo punto di vista, per quanto l'America faccia schifo per molti versi, sono infinitamente più avanti di noi, e i risultati economici di quel paese lo dimostrano. La loro idea è fail fast, fail forward, fallisci, impara, riparti. In Italia manca il secondo pezzo. In Italia fallisci e sei quello che ha fallito, non parlarne, spera che nessuno se lo ricordi. E la frase killer è "sii grato per quello che hai", perché questa frase ti mette in gabbia, te lo dico per esperienza mia.

E fidati che il giudizio degli altri, per quanto non valga un cazzo, ha comunque una data di scadenza. Le persone si dimenticano, sono concentrate nelle loro piccole vite a rompere le palle agli altri. Quello che rimane a te è il rimpianto per le minchiate che hai fatto o per quelle che non hai fatto.

L'illusione di essere la versione finale di te stesso

C'è un livello ancora più profondo. A 20 anni non avevo paura solo del giudizio degli altri, avevo paura di una cosa peggiore, ed è il quinto errore, il più bastardo. Credere che tu, oggi, sia la versione finale di te stesso. "Tanto sono fatto così."

Gli psicologi lo chiamano End of History illusion, l'illusione di essere alla fine della storia. Funziona così. Se ti chiedo quanto sei cambiato negli ultimi 10 anni, la risposta al 99% è tantissimo, gusti, idee, priorità, tutto diverso. Ma se ti chiedo quanto cambierai nei prossimi 10, la risposta è molto poco. Il cervello ti frega così, ti fa credere che il cambiamento stia solo nel passato perché l'hai già vissuto, e che la persona che sei oggi sia praticamente definitiva. Io ci ho creduto per anni, "non sono tipo da fare questo, non sono tipo da fare quell'altro".

I dati dicono il contrario. Le persone cambiano a 30, 40, 50 o 60 anni esattamente quanto a 20: lavoro, città, relazioni, convinzioni profonde, idee politiche. L'unica differenza è che a 20 anni troppe volte lo fai perché te lo dicono gli altri, dopo è perché hai il coraggio di scegliere per te stesso. E vale soprattutto da noi, dove si pensa che non si cambi lavoro dopo i 35 anni (prima era 25, adesso l'hanno spostato a 35). È come non fare il bagno dopo mangiato perché ti viene la congestione e muori. Zero base scientifica, al massimo fai un ruttino. Tu non sei la versione finale di un cazzo di niente, sei un cantiere enorme che non devi mai fermare.

Il muro dietro il muro

E non importa quando capisci tutto questo, la direzione, il metro, la corsa cieca, il giudizio, l'illusione. Finché non fai una cosa non cambia niente. È l'errore che contiene tutti gli altri, la scatolona dentro cui sta tutto il resto, ed è semplicissimo da dire. Non ammettere con te stesso che hai bisogno di aiuto.

Io per anni ho portato tutto sulle spalle, come Atlante col peso del mondo addosso, finché sono arrivato a un crollo totale. È uno dei momenti in cui ricordo più chiaramente di aver pianto con tutto me stesso. Portavo tutto non perché fossi forte, ma perché avevo paura di essere debole. In questo paese, soprattutto se sei uomo, te la devi cavare da solo, non devi piangere. E se sei donna uguale, devi essere forte, non ti devi lamentare. Se qualcuno ti chiede come stai, la risposta è "dai, tutto bene", anche se dentro stai crollando. Io ero bravissimo a questo gioco. Armatura perfetta, e dietro un casino totale.

Mi è successo due volte, a 30 e a 35 anni, e tutte e due le volte non mi ero nemmeno accorto del bordello che avevo dentro. La prima volta ho chiesto aiuto a una mia parente psicologa, che mi ha dato quello che poteva, perché non ero ancora aperto a riceverlo. Ho iniziato a leggere, a studiare, a capire che c'erano modi diversi di vedere la mia vita. La seconda volta è stato grazie a mia moglie, che ha visto che non stavo bene, e da lì ho iniziato una psicoterapia che mi ha letteralmente cambiato l'esistenza. È stato come aprire una finestra in una stanza buia e chiusa. Per la prima volta ho detto ad alta voce quello che mi sembrava un casino pazzesco, e nelle parole di un professionista era una cosa solo un po' ingarbugliata, ma semplice da risolvere.

Quindi il consiglio più grosso che posso dare al me di 20 anni e a te è questo. Se c'è qualcosa che non va, anche piccola, parlane. Però ti avviso, parlarne non basta. I professionisti ci aiutano, ma poi il lavoro lo facciamo noi, siamo noi a dover mettere in pratica.

Oggi ho 39 anni, ho costruito un ottimo lavoro, ho una famiglia meravigliosa, decine di migliaia di persone mi scrivono ogni giorno. Ho un sacco di casini, perché non è tutto rosa e fiori, ma questa vita a 20 anni non potevo nemmeno sognarla. E se oggi ce l'ho, e puoi averla anche tu, è perché ho guardato in faccia gli errori dei miei 20 anni e, quando è stato il momento, ho avuto il coraggio di chiedere aiuto.

Chiedere aiuto non vuol dire perdere il controllo, vuol dire riprenderlo per sempre. Ti è mai capitato di rispondere "tutto bene" mentre dentro stavi crollando? Ecco, parti da lì. Ti auguro davvero il meglio, un abbraccio.