Non mi sono mai sentito pronto nella vita. Non a scuola, non all'università, non alla mia prima udienza, non davanti ai miei primi clienti. E nemmeno quando ho acceso per la prima volta la videocamera. Ma tutte queste cose le ho fatte lo stesso, e le ho fatte con la paura addosso. Perché la verità è una: la fiducia arriva dopo l'azione, non prima. Quindi se anche tu ti blocchi, se senti quel senso di inadeguatezza, se ti chiedi come si fa a restare calmi mentre dentro urli, qui ti spiego quello che nessuno ti ha mai spiegato.
Il mito che ci hanno insegnato da piccoli
Tutti parlano di credere in se stessi. Ma se bastasse mettersi davanti allo specchio la mattina e ripetersi "credi in te stesso, sei un grande, ce la farai", saremmo una popolazione di gente super sicura di sé che fa le cose più mirabolanti. E invece no. Il blocco resta anche quando cerchi di motivarti, e resta perché ci hanno insegnato due cose sbagliate fin da piccoli. La prima: che la fiducia arrivi prima dell'azione, quindi per affrontare qualcosa che ci spaventa dovremmo prima sentirci pronti, carichi, decisi. La seconda: che la sicurezza sia costante, per cui una persona sicura è sempre sicura e una insicura è sempre insicura. Sono false tutte e due. La sicurezza è una cosa che interpretiamo, non che possediamo, e ti faccio la domanda che ha fatto impazzire me: cosa cambierebbe nella tua vita se l'autostima non fosse sentirsi forti, ma giudicare diversamente quello che hai fatto, dopo averlo fatto?
E qui entra in gioco la terapia cognitivo-comportamentale
Questa cosa per me era estremamente controintuitiva, ma si basa su qualcosa di studiato: la terapia cognitivo-comportamentale, che è ormai l'approccio predominante a livello mondiale e che ho seguito anch'io negli ultimi 6 anni della mia vita. Ha ribaltato l'idea comune: sono le azioni che svolgiamo a cambiare i nostri pensieri, perché sui pensieri abbiamo pochissimo controllo. Il flusso di coscienza è continuo, non lo fermi in nessuna maniera, continua anche mentre dormi. Ma facendo le cose entri nell'identità di quella persona. Vuoi essere un investitore? Inizia a investire. Vuoi aprire un canale YouTube? Inizia a registrare. Più fai, più hai prove concrete, e il cervello alle prove concrete ci crede: smette di vivere di speranze e di illusioni. Quindi, se sono le azioni a cambiare i pensieri, sono anche le azioni a generare fiducia. La fiducia arriva dopo l'azione, e la costruisci interpretando quello che hai fatto. Ok? E tutto questo non è solo teoria, perché adesso ti racconto la mia di storia.
Adesso ti racconto la mia di storia
Nasco nel 1986 in un piccolo paesino della Calabria chiamato Paola. Ah, ok, non proprio tutta la storia. Vado avanti. Nella vita faccio l'avvocato d'affari e sono cresciuto ad Alessandria, classica cittadina di provincia: elementari, medie, superiori lì, poi l'università a Pavia, la laurea, l'abilitazione, il mio studio legale. E ho sempre avuto fretta: lavoro da quando ho 19 anni, vengo da una situazione economica non rosea, dovevo fare qualcosa. Ma tutte le volte che è stata la prima volta, all'università, davanti a un giudice, davanti a un cliente, non mi sono mai sentito pronto. E intorno a me vedevo persone che sembravano dei cazzo di supereroi, pronti a spaccare il mondo, super decisi. Io dentro non mi sentivo assolutamente così.
Poi è arrivato il Covid, un momento in cui la stragrande maggioranza di noi ha avuto per forza il tempo di guardarsi in faccia, tra una crostata e una pizza, cose che ho fatto anch'io. Lì ho iniziato un percorso di psicoterapia e mi sono domandato in che cosa fossi bravo, perché dentro di me non mi sentivo bravo in nulla. Lavorando col mio psicologo, parlandone con Arianna, che è il mio psicologo quotidiano, grazie Ari, ho capito che quello che mi aveva portato fin lì era sempre stata l'azione. Soffrivo tantissimo mentre facevo le cose, mi sentivo inadeguato per come ero vestito, per non avere il background pomposo degli avvocati figli di 16 generazioni di avvocati, ma le facevo comunque. Tutta quella costruzione mentale sul non essere abbastanza bravo, abbastanza preparato, abbastanza bello, erano solo pensieri che mi stavano sabotando. Da quel momento è diventato tutto velocissimo: ora seguo unicamente aziende, con mia moglie abbiamo avviato diverse attività, abbiamo una vita che non pensavo avrei mai potuto avere. E quando ho deciso di iniziare YouTube, nonostante i 1000 pensieri che non è che fossero spariti, perché ci ho messo 6 mesi a decidermi, ho acceso la telecamera e sono partito. Questo stesso video l'ho procrastinato un paio di settimane, poi ho detto: ok, basta, accendo e registro. Non ho aspettato di essere il Giuseppe sicuro prima di farlo. Ho deciso di farlo prima di diventarlo.
Ok, ma se agisci e sbagli?
Questa è l'obiezione che ci facciamo tutti: se agisco e sbaglio, poi l'autostima la perdo, no? Ti dico già che è una fotonica: è esattamente il contrario, perché è proprio quando sbagliamo che cambia tutto. Le uniche persone che non falliscono mai sono quelle che non fanno un cazzo. Quelle che ti dicono "non aprirlo il canale YouTube, non serve a niente", "ma cosa cambi città a fare, stai dove sei nato". Il fallimento invece ti dimostra che non muori, che non c'è nulla di irreversibile: non perdi la reputazione, non perdi tendenzialmente il lavoro, non perdi l'amore delle persone che tengono veramente a te. E soprattutto sbagliare non è così brutto come lo pensi prima che succeda. Ogni volta che perdi, e questa è la cosa che mi ripeto ogni volta, l'importante è non perdere la lezione: ogni sbaglio diventa un mattone della tua nuova identità.
L'orizzonte si sposta sempre un pelo più in là
Attenzione però, perché non arriverà mai un momento in cui dirai "ok, finalmente sono una persona sicura di me" e chiudi la pratica. Nessuno al mondo ci arriva, nemmeno quelli che ti sembrano sicurissimi, tranne i personaggi dei film, ma perché sono in un film. Ogni ruolo nuovo riapre il circolo: io sono da poco diventato papà, tra l'altro di due gemelli, e questa cosa me l'ha ricordata con una badilata nei denti. È come cercare di raggiungere l'orizzonte: puoi camminare all'infinito, lui si sposterà sempre un pelo davanti a te. Ma il bello è questo, vedere l'orizzonte che si muove ti ricorda che stai camminando, e che quindi sei vivo.
Senza numeri hai solamente un'opinione
C'è un problema in questo percorso: la memoria. Il nostro cervello ricorda solo le cose che vuole, e principalmente quelle sgradevoli. È un bias cognitivo importante: per sopravvivere dobbiamo farci un'idea veloce delle cose, e questo funziona se dietro la roccia potrebbe esserci una tigre coi denti a sciabola che ti mangia. Quando devi farti un'idea di te stesso, invece, funziona malissimo: registri le figure di merda e dimentichi i piccoli successi, che nella vita di ognuno di noi sono tanti, perché il cervello preistorico pensa che così eviterai di essere rifiutato dalla tribù. Risultato: una percezione di te completamente distorta. La soluzione è semplicissima: tieni un diario. È una delle attività che mi ha cambiato di più la vita, e ne parlo anche in un altro video sul canale. Col diario hai dati, hai numeri, e senza numeri hai solamente un'opinione, che non serve assolutamente a nulla. Trovi i cicli, i periodi dell'anno in cui sei più pessimista o più stanco, e ti ricordi le vittorie, non soltanto le sconfitte.
Ma quindi da dove cazzo si inizia?
Perché se ti senti sopraffatto in questo momento, tutto questo ti sembra enorme: devo fare un percorso, devo sbagliare, devo tenere il diario, devo pure ricordarmi tutto. Si parte dalle piccole cose, da quei cambiamenti che ti sembrano completamente, totalmente, fottutamente inutili ma che sono fondamentali. Vuoi diventare una persona che legge? Leggiti 10 pagine, non 100. Ci metti 3 minuti o 10, dipende da quanto leggi veloce. Vuoi registrare un video? Non comprarti tutta l'attrezzatura: registra 2 minuti col telefono parlando delle cose più assurde, un telefono ce l'abbiamo tutti. Vuoi migliorare la forma fisica? Lascia stare l'abbonamento e l'outfit: vatti a fare una camminata di mezz'ora. E non è la solita manfrina del parti in piccolo poi vai in grande: stai costruendo un'identità un pezzo alla volta, senza la sopraffazione del blocco intero.
E se non servisse superare la paura?
Quella che chiami paura, la maggior parte delle volte, è ansia: una sensazione fisica di irrequietezza che il cervello interpreta male. Ed è un segnale che sta succedendo qualcosa che per te è importante. Il corpo ti sta dicendo: guarda che hai l'esame di stato, hai quel colloquio, hai quel primo appuntamento, stai sul pezzo. È un'attivazione che serve a farti performare meglio, e quando inizi a riconoscerla come tale diventa perfino piacevole. Quando l'hanno detta a me la prima volta ho pensato "ok, questo è completamente deficiente". Infatti non ti chiedo di credermi, ti chiedo di provarlo. La fiducia nasce insieme all'ansia, non al posto dell'ansia: ne è quasi un'alleata, in fondo.
Ora hai tutta la teoria, ma puoi avere tutta la conoscenza del mondo: se resti fermo non cambia nulla, perché qualunque blocco si sblocca col movimento. Ogni versione futura di te ti aspetta qualche passo più in là, perché se fosse lì di fianco saresti già tu oggi. Non siamo dei cazzo di alberi. Quindi fammi un piacere: muoviti, anche solo di poco.