La maggior parte delle persone pensa che sembrare sicuri di sé sia una questione di carattere: o ce l'hai o non ce l'hai. Ti dico subito che è falso, ed è il motivo per cui le affermazioni positive non hanno mai cambiato niente nella tua vita. La sicurezza che gli altri vedono a una riunione o a un colloquio si raggiunge con cinque strategie concrete, tutte sotto il tuo controllo. E la cosa assurda è che quattro su cinque non funzionano imparando qualcosa di nuovo: funzionano smettendo di fare cose che, senza accorgertene, ti fanno sembrare molto più insicuro di quello che sei.
Le due sicurezze che chiamiamo con la stessa parola
Ti è mai capitato di uscire da una riunione o da un colloquio e, mentre scendi le scale, ti viene in mente la cosa perfetta che avresti dovuto dire? Dentro la stanza hai detto la metà di quello che pensavi, piano, con gli occhi bassi, sperando che nessuno ti facesse troppe domande.
E tu giustamente stai pensando: aspetta Giuseppe, ma la sicurezza non si costruisce in anni? Sì e no, perché ci sono due cose diverse che in Italia chiamiamo con la stessa parola. Una è la sicurezza vera, la presenza di sé nelle situazioni, e quella sì, si costruisce col tempo. L'altra è come appari agli altri: come ti muovi, come parli, come tieni la posizione. E quella, sorpresa, è istantanea, già adesso sotto il tuo controllo. E per assurdo la prima è figlia della seconda: quando appari più sicuro e ottieni un riscontro migliore dagli altri, il tuo cervello fa un'associazione, e la sicurezza fuori diventa sicurezza dentro. Il concetto è sottile ma cambia tutto: la sicurezza che gli altri vedono non la raggiungi fingendo, la raggiungi smettendo di sabotarla.
Smetti di incartare le tue idee
Partiamo dalla cosa più facile, che sta nelle tue parole. C'è un'abitudine che ho avuto per un sacco di anni senza sapere di averla, e l'ho percepita solo quando ho iniziato a registrarmi mentre parlavo. Ogni volta che dovevo dire qualcosa di importante, la incartavo dentro qualcos'altro: «guarda, magari sto dicendo una stupidaggine», «non sono sicurissimo, eh». E pensavo di essere umile, uno che non se la tira. In realtà stavo istruendo tutta la stanza a non prendere sul serio quello che stavo per dire.
Perché l'idea di per sé è buona, ma appena apri con «forse sto dicendo una stupidaggine», il cervello degli altri automaticamente pensa: ok, probabilmente è una stupidaggine, me lo sta dicendo lui. La stessa proposta detta da un collega che non ci metteva davanti quella roba pesava il doppio. E non è la mia paranoia: si chiama linguaggio attenuante, tutti quei «forse», «un po'», «non so». Le ricerche dicono che, a parità di contenuto, chi attenua il messaggio viene percepito come meno competente e meno affidabile.
E ora attenzione, perché la maggior parte delle persone fraintende questa parte. Non attenuare il linguaggio non vuol dire diventare quello che ha sempre ragione e mai un dubbio. Vuol dire che non sei obbligato a raccontare ogni singolo dubbio che ti passa per la testa. Puoi sentirti insicuro dentro e parlare con chiarezza fuori, le due cose convivono benissimo. Il dubbio tienitelo, perché ti serve nella vita: non bisogna essere sicuri di un cazzo di niente in maniera totale. Ma non regalarlo agli altri come biglietto da visita. Se non sei tu la prima persona a prendersi sul serio, come possono farlo gli altri?
Il corpo si muove prima che la mente sia pronta
E questo ci porta allo strumento più veloce che possiedi, perché non sta nella tua testa: sta nel tuo corpo. Ti racconto una cosa imbarazzante. Qualche anno fa dovevo parlare a una tavolata: mi ero figurato circa 10 persone e pensavo di conoscerne otto su 10. Me ne ritrovo davanti il quadruplo, e ne conoscevo due. Le mani basse, la voce che sale di tono e poi troppo bassa, quella goccia dietro la schiena che sei sicuro stiano vedendo tutti. E come cacchio fanno a vederla se è nella schiena? Però tu sei sicuro lo stesso.
Per un sacco di anni ho aspettato di essere sicuro per mostrarmi sicuro. Poi ho capito una cosa: le emozioni non le puoi comandare, sono l'interpretazione che la nostra testa dà a una sensazione fisica. Non puoi decidere di non essere ansioso, ma puoi controllare le tue azioni: come stare in piedi, come camminare, dove mettere le mani. La prima volta che l'ho fatto di proposito, te lo giuro, mi sentivo un attore di scarsissimo livello. Petto aperto, spalle giù, parlavo in modo calmo e dentro ero nel panico più totale. Ero sicuro che tutti percepissero che stavo recitando. Non se n'è accorto nessuno. Nessuno, perché gli altri non hanno accesso a quello che senti dentro: vedono solo quello che appare fuori. Quindi non aspettare di sentirti sicuro per sembrarlo: metti il corpo nella posizione giusta per primo, e la mente arriva dopo.
Smetti di riempire i vuoti
Mi è capitato qualche anno fa di conoscere una persona che, in una stanza piena di gente che parlava sopra tutti, parlava meno di tutti. Eppure apriva bocca lui e tutto si fermava. Non alzava la voce, non batteva i pugni: quando parlava lui, tutti zitti ad ascoltare. All'inizio pensavo fosse timidezza, poi osservandolo ho capito che stava zitto perché non sentiva di dover dimostrare di avere qualcosa da dire su qualsiasi argomento. E prima di iniziare a parlare aspettava un paio di secondi, e quei secondi davano importanza a tutte le parole successive.
Io in quegli anni ero l'opposto, quello che il silenzio lo riempiva. E non lo facevo per l'altra persona: lo facevo perché il silenzio mi metteva a disagio. Prendevo le due tre cose buone che potevo dire e le diluivo in un mare di nulla. Quindi la terza leva è questa: fai la tua domanda, di' la tua cosa e poi reggi il silenzio. Basta. All'inizio ti sembrerà lunghissimo, ma è soltanto il tuo disagio che parla, fidati. Chi si concede una pausa sembra più deliberato e quindi più sicuro.
Cosa fai quando ti mettono in discussione
Reggere il silenzio è solo la metà del lavoro. La domanda vera, quella scomoda, è: cosa succede quando qualcuno ti mette in discussione? Per anni la mia risposta è stata patetica. All'inizio della mia carriera d'avvocato, se qualcuno con più esperienza metteva in dubbio quello che dicevo, mi mettevo in dubbio anch'io e cedevo: «magari ne sa più di me». Sembrava umiltà, rispetto, apertura. E sto cazzo: stavo insegnando alle persone davanti a me a non fidarsi delle mie idee. Perché se al primo soffio di qualcun altro lasci cadere il messaggio che hai appena detto, quello che passa è: non ci credeva neanche lui. E se non ci crede lui, perché dovrei crederci io, scusa?
A un certo punto ho capito che annullarmi era insicurezza travestita da educazione. E di nuovo, non fraintendere, perché l'errore opposto è anche peggio: tenere la propria posizione senza cambiare mai idea è rigidità, un'altra forma di insicurezza. Essere sicuri significa: guarda, io ci ho ragionato, questa è la mia posizione e questo è il mio perché. Ti ascolto, rispetto quello che dici, ma non cambio idea soltanto perché tu non sei d'accordo. Quindi la quarta leva: quando imposti un ragionamento, stai dietro a quel ragionamento. Ogni volta che ti annulli non stai regalando umiltà a nessuno, stai dicendo che non ti fidi di te. Fine.
I primi 10 secondi decidono la cornice
Se anche impari tutto questo ma sbagli i primi 10 secondi del tuo ingresso, hai già perso in partenza, perché la gente si fa un'idea di te prima ancora che tu apra bocca. Se vuoi ridere, guardati il mio primo video su YouTube: un sacco di tagli aprivano tutti con «ehm, allora, ciao a tutti, oggi provo a spiegarvi, o vorrei, o farei». Mi stavo squalificando da solo prima di dire mezza cosa.
Gli psicologi lo chiamano effetto primacy: la prima impressione pesa in modo sproporzionato su tutto quello che viene dopo, si forma in pochissimi secondi ed è difficilissima da cancellare. Se apri incerto, scusandoti, e poi diventi la persona più brillante del mondo, hai comunque perso sicurezza. E vale per una riunione, un colloquio, un primo appuntamento. Quindi l'ultima leva: possiedi la tua apertura. Non scusarti di esistere, non aprire con «scusate se disturbo». Apri con la cornice con cui vuoi essere visto: è in quei 10 secondi che decidi come rimarrai nella testa di chi ti guarda.
I quattro errori che buttano via tutto
E prima che tu corra in sala riunioni a provare queste cose, aspetta: ci sono quattro errori facilissimi da commettere.
Il primo: strafare e cadere nell'arroganza. C'è chi sente «devo essere più sicuro» e lo interpreta come «devo dominare ogni stanza, non ammettere mai un errore, parlare più forte di tutti». Quella è un'altra forma di insicurezza. Le persone davvero sicure fanno il contrario: ascoltano più di tutte, fanno più domande, non hanno bisogno di riempire la stanza di sé.
Il secondo, uno dei più importanti: pensare che questa roba sia fingere. Quando smetti di attenuare le parole o metti il corpo nella posizione giusta anche se dentro sei nervoso, non stai mentendo a nessuno. Stai decidendo di non lasciare alle tue emozioni la scelta di come ti poni. Stai scegliendo, che è ben diverso.
Il terzo: provare a mettere in pratica le cinque strategie tutte insieme. Lascia stare, ti incasini. Scegline una alla volta, per una o due settimane, e allenati su quella.
Il quarto, e questo l'ho visto fare un sacco di volte: allenarti solo quando la posta in gioco è alta, il colloquio, la riunione della vita. Sbagliato. Questi strumenti li alleni quando non conta niente: la telefonata banale, la riunione ordinaria, mentre ordini al bar. Piccoli passettini dove rischi molto poco.
Mettendo in pratica queste strategie, prima apparirai e poi sarai molto più sicuro di te. Ed è tutta roba concreta che puoi iniziare domani mattina, niente «credi in te stesso», per favore. Scegli una leva sola e allenala questa settimana, alla prossima situazione che non conta niente.