Prenditi qualche secondo e rispondi a questa domanda: quanto ti è costato, nella tua vita, non saper comunicare come vorresti? Opportunità perse, relazioni compromesse o mai iniziate, ansia, paura. Se non sai comunicare, rimarrai sempre un passo indietro. E la cosa assurda è che a scuola ci insegnano l'algebra, la geometria, il pi greco, che difficilmente useremo tutti i giorni, ma non ci insegnano quello che facciamo per il 70% delle nostre giornate: parlare con gli altri. In questo articolo ti spiego il sistema che ha trasformato il mio modo di comunicare, in tre parti: perché ci blocchiamo, come parlare a te stesso, come parlare agli altri.
Da bambini sapevamo parlare, poi succede qualcosa
Il mio lavoro è fatto di parole: faccio l'avvocato, registro video, parlare è al centro del mio mondo. E quando ero bambino parlavo tantissimo, liberamente: dicevo quello che pensavo, quello che mi piaceva e quello che non mi piaceva, senza pianificazione, senza retropensieri.
Poi arriva un punto, nella vita del 99% delle persone, in cui ci si blocca. Ed è il momento in cui parte il dialogo interiore: sto dicendo la cosa giusta? Cosa penserà se dico questa cosa? Sembrerò intelligente o stupido? Ed è un paradosso: da bambini impariamo a parlare naturalmente, poi da adolescenti prima e da adulti poi dobbiamo reimparare. Solo che la seconda volta è molto più difficile, perché non dobbiamo più parlare solo con gli altri, dobbiamo avere a che fare anche con noi stessi.
I due blocchi che ti tengono fermo
Il primo è l'ansia del parlare. Quando dobbiamo parlare in pubblico o in una conversazione che per noi è importante, il corpo scatena esattamente la stessa reazione che avrebbe davanti a un predatore: la bocca si secca, il cuore accelera, il cervello di fatto si spegne. Freeze totale. Il cervello percepisce il rischio di fare una figuraccia come un qualunque altro pericolo che avremmo trovato in natura. E la conseguenza è che parliamo peggio, ce ne accorgiamo, l'ansia aumenta, e il circolo vizioso ci lascia lì imbambolati. Ti anticipo una cosa: se impari a riconoscerla, l'ansia diventa quasi un'alleata.
Il secondo blocco è ancora più subdolo: la tendenza a identificarci con i nostri pensieri. Diciamo qualcosa, chi abbiamo davanti la critica o non la accoglie come vorremmo, e noi la prendiamo come un attacco personale, perché ci siamo tecnicamente fusi con quel pensiero. Le conseguenze sono pesantissime: chi non riesce a esprimersi bene inizia a essere percepito come meno capace, questo si riflette sull'autostima, si iniziano a evitare le conversazioni, ci si sente a disagio nelle occasioni sociali e si perdono opportunità personali e lavorative. Una valanga che ti travolge. E sul piano professionale la capacità di comunicare è una delle soft skill con maggiore incidenza sul successo: pensa ai grandi imprenditori e professionisti, sono tutte persone con capacità comunicative pazzesche.
La buona notizia è che tutti questi blocchi si possono superare, anche rapidamente, con le giuste tecniche e un po' di pratica consapevole.
La prima persona che ti parla sei tu
Prima di ogni conversazione importante, di un esame, di un colloquio, anche solo di una cena, pensaci: chi è la prima persona che ti parla? Sei tu. E la tua voce interna di solito non è incoraggiante: non sarai all'altezza, farai una figuraccia, non saprai cosa dire, morte e distruzione.
Il primo passo è riconoscere che tu non sei i tuoi pensieri. Il nostro sé, se ci pensi, è diviso in due: il sé pensante, quello che ci propone questo dialogo, e il sé osservante, cioè la capacità di osservare i nostri stessi pensieri. Già intuire questo ti permette di fare un passo indietro e di non prendere così sul serio le cose che ti dici. L'esercizio più semplice, che uso ancora adesso: quando la testa mi propone pensieri disturbanti, li etichetto come pensieri, oppure mi chiedo "cosa sta dicendo la mia testa in questo momento?", e molte volte me lo scrivo. Questo semplice atto di esternalizzazione ha una potenza enorme. Provalo e poi fammi sapere.
Il secondo passo è ristrutturare quei pensieri. Non cambiarli, perché i pensieri non si cambiano, ma vederli in maniera differente. Ti faccio l'esempio mio: tante volte mi viene il pensiero "se durante un'udienza sbaglio quell'articolo o quella citazione, tutti penseranno che sono un incapace totale". E lì mi faccio le domande: questo è un fatto o una mia interpretazione? Qual è la prova? Se un mio amico facesse quell'errore, io cosa penserei di lui? Me ne accorgerei? L'interpretazione più oggettiva è che se sbaglio una citazione in tutto un discorso, molto probabilmente la maggior parte delle persone non lo nota nemmeno. E se lo nota, capisce che è un momento di incertezza: la mia competenza si dimostra nel complesso, non in un piccolo inciampo.
Poi ci sono tre esercizi pratici che uso ancora adesso. Prima di una situazione stressante mi prendo 3 minuti per rivedere i punti di quello che devo dire e mi fisso in testa i tre o quattro punti principali. Poi cerco di notare i pensieri che la mente mi propone, così quando arrivano sono già pronto a non reagire. E per un certo periodo mi sono preso qualche riga nel diario per scrivere i successi comunicativi della giornata: un incontro andato bene, una cena dove sono riuscito a interagire con tutti. Rivedere quel diario aumenta l'autostima e ti fa capire che non è tutto negativo come sembra. Infine, la cosa più difficile per me, perché sono estremamente severo con me stesso: la gentilezza. Darsi una pacca sulla spalla e dire "va bene, la prossima volta andrà meglio".
Parti dal dialogo interiore, ti prego, perché è fondamentale per tutto il resto. Ora le tecniche pratiche.
Rallenta del 30% e impara a stare zitto
Uno degli errori più comuni è parlare troppo velocemente. È una reazione naturale: quando hai ansia tutto accelera, compreso il modo di parlare. Ma le conseguenze sono tre: perdi autorevolezza, diminuisce la comprensibilità e, paradossalmente, aumenta l'ansia, perché diminuisce l'ossigeno e il battito sale.
La tecnica è semplicissima: quando ti senti nervoso, rallenta del 30%. Fine. All'inizio ti sembrerà di parlare lentamente, è la sensazione che ho io molte volte quando registro, ma ti garantisco che quello che tu percepisci lento verrà percepito dagli altri come sicuro e autorevole.
Ancora più importante della velocità è il ritmo, cioè le pause. Quando fai una pausa dopo aver detto qualcosa, dai il tempo al cervello di chi ti ascolta di interiorizzare. Esercizio: in qualunque conversazione di 5 minuti, imponiti almeno tre pause deliberate di 2 secondi. All'inizio ti sembrerà un'eternità, poi diventa naturale.
"Ci sta, ci sta, ci sta": il mio primo appuntamento con Arianna
Il primo ostacolo alla chiarezza sono gli intercalari: i vari "eh", "cioè", "diciamo", "praticamente", "tipo". Sembrano innocui ma fanno calare drasticamente l'attenzione di chi ascolta. E qui ti racconto una delle cose che ricordo con più affetto: il primo appuntamento con Arianna, mia moglie, in un giapponese ad Alessandria. Lei mi raccontava chi era, da dove veniva, le classiche cose da primo appuntamento, e io ogni cinque parole dicevo "ci sta". Ci sta, ci sta, ci sta. Anni dopo lei mi ha detto che non se n'era nemmeno accorta, perché la maggior parte delle volte le persone non notano i nostri piccoli errori: stanno pensando ai propri.
Non li azzeri da un giorno all'altro, ma una tecnica utile è registrare qualche tua conversazione o telefonata e contare gli intercalari. Il semplice riascoltarti li ridurrà drasticamente: i miei si sono praticamente azzerati da quando registro video.
Secondo principio: frasi concise e dirette. Non c'è correlazione tra la lunghezza di una frase e la profondità del pensiero, anzi. Un trucco: immagina di esprimere il tuo pensiero in 200-300 caratteri, come un tweet. Se ti serve di più, puoi semplificare. Ed evita i paroloni e il gergo tecnico, te lo dice uno che fa un mestiere dove i latinismi sono all'ordine del giorno: usare una terminologia complessa non ti fa apparire più intelligente, mette solo chi hai davanti nella situazione di dire "ma questo che cacchio sta dicendo?". Come diceva Einstein, se non puoi spiegarlo semplicemente, probabilmente non l'hai capito così bene.
Terzo: elimina condizionali e parole incerte quando vuoi convincere. Confronta "potremmo vederci martedì prossimo alle 18:00" con "ci vediamo martedì alle 18:00 per prendere un caffè". Quale delle due porta più probabilmente a un incontro vero? La certezza nelle parole genera certezza in chi ascolta.
Il corpo parla anche quando tu stai zitto
Moltissimi studi hanno dimostrato che oltre la metà dell'impatto comunicativo deriva dai segnali non verbali. Parlare bene non è un dono ricevuto dal cielo alla nascita: è una competenza, e come tutte le competenze si allena, corpo compreso. I pilastri sono quattro.
Contatto visivo: mantienilo per il 60-70% del tempo, non fissare la gente negli occhi come un inquietante. La tecnica del triangolo funziona bene: sposti lo sguardo da un occhio all'altro alla fronte, poi lo distogli qualche istante.
Postura: schiena dritta, spalle aperte, piedi ben piantati a terra, naturale. Dà sicurezza a chi ascolta e, lo dimostrano diversi studi, abbassa anche il cortisolo: è la power posing studiata a Harvard.
Gestualità: i gesti sono il grassetto delle parole. Muovi le mani, senza gesticolare come un pazzo, e tienile in una box immaginaria che va più o meno dal collo alla vita. Non sotto, davanti alle gambe, e non sopra la testa, che sembra ti stiano per fare un TSO.
Abbigliamento e comfort: non serve vestirsi in maniera costosa, serve sentirsi a proprio agio. Io tendenzialmente vado di maglietta bianca o nera, jeans e sneaker, e quando ho un'udienza o un incontro importante mi vesto leggermente più formale della media, senza sfociare nel ridicolo. E occhio al comfort: se hai delle scarpe fighissime che ti fanno un male pazzesco, passerai il tempo a pensare a quanto ti fanno male le scarpe, non a quello che stai dicendo.
Ora tocca a te: nella prossima conversazione di 5 minuti, prova le tre pause da 2 secondi e dimmi com'è andata. E se vuoi partire da una cosa sola, parti dal dialogo interiore: quali sono le frasi che la tua testa ti ripete prima di parlare?
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