Come Far Smettere un Capo che Non Ti Rispetta (Senza Litigare)

Come Far Smettere un Capo che Non Ti Rispetta (Senza Litigare)

Articolo

Quello che lasci passare diventa il nuovo normale. Con un capo che ti manca di rispetto si vince in un modo solo, facendo costare tutto quello che fa.


Allontanati da chi non ti rispetta. Questo consiglio l'ho dato un sacco di volte, e ha un problema enorme. Funziona solo con le persone che puoi allontanare dalla tua vita. E poi c'è il tuo capo, quello che non puoi licenziare tu, quello che decide come lavori, quello che ti valuta e che fra 6 mesi potrà decidere, in una stanza dove tu non ci sei, se avrai o no quella promozione.

Di fronte al capo che ti manca di rispetto di solito hai tre opzioni. Rispondi a tono, ridi per stemperare, oppure stai lì zitto e poi rimugini tutta la notte su quella scena di merda. E sono tutti e tre modi per perdere definitivamente il rispetto anche per te stesso. L'ho visto fare per un sacco di anni, con risultati terribili. Poi ho capito che con chi ti manca di rispetto ma non puoi allontanare si vince in un modo solo, facendo costare tutto quello che fa. Il sistema è talmente semplice che uno pensa "ma perché cacchio non ci ho pensato prima?", e lo puoi applicare da domani mattina.

Prima mettiamoci d'accordo su cosa vogliamo ottenere

Perché quasi tutti, quando qualcuno ci manca di rispetto, ci risponde male o ci parla sopra, vorremmo una cosa sola. Vorremmo che uscendo da quella stanza gli altri, o anche solo noi stessi e il nostro ego, pensassero "ha ragione lui". Il riconoscimento pubblico della nostra ragione e della nostra giustezza. Madonna che brutta parola, ma rende l'idea.

E non te lo dico dall'alto, è una cosa che ho pensato anch'io per un sacco di anni, e mi capita ancora oggi praticamente tutti i giorni. Ho a che fare con gente che mi manca di rispetto e vorrei semplicemente quella risposta che chiude e dimostra che c'ho ragione. Ma sul posto di lavoro quel "ha ragione" diventa "quello che non sa stare in squadra", "quello che crea problemi", e significa crearsi dei cazzi serissimi. Poi ci sono altri due costi. Il primo è il tempo, le ore che rimugini a letto, la domenica pomeriggio buttata a pensarci. E non dirmi che non lo fai, perché io lo faccio ogni sera, solo che ho imparato a riconoscere lo schema e a mollarlo lì. Il secondo è una cosa che probabilmente non ti ha mai detto nessuno. Il capo non lo fa perché ce l'ha con te. Sceglie te, come tutte le persone che mancano di rispetto scelgono te o me o un altro, perché pensa che quella sia la strada con meno difficoltà per fare il cazzo che vuole.

Quindi l'obiettivo non è avere ragione, è farlo smettere. E farlo smettere mettendo degli ostacoli su quella strada, dell'attrito. Non dei muri.

Quello che lasci passare diventa il nuovo normale

Non è una cosa che fai il giorno della riunione o in pausa pranzo nella cucina aziendale (oddio, c'è gente che ha la cucina aziendale, vero?). È qualcosa che inizia prima, inizia adesso. E la prima regola che ti chiedo di fissarti in testa è proprio questa, quello che lasci passare diventa il nuovo normale. Non è una frase motivazionale. È una specie di listino prezzi del nostro rispetto. Tutto quello che accettiamo una volta non è più l'eccezione, diventa il nuovo punto di partenza, e da lì scatena un'escalation che non si ferma. Perché quando il capo si rivolge di merda a te (ma vale anche per il collega, per i parenti, e succede un sacco nelle coppie, l'ho visto in tanti amici) la sua mente sta facendo inconsciamente un calcolo. Quanto mi costa trattarlo così? E la risposta, molte volte, è niente. Anzi, meno di niente, ci guadagna.

Sul posto di lavoro succede in tre situazioni. La prima è l'iperperformance. Mi ha trattato di merda, quindi lavoro il doppio, così non ha più niente da dire. Minchia che pensata. È la cosa che paghiamo di più in assoluto, e a me è successo un sacco di volte anche da avvocato, lavoravo tantissimo perché mi rispettassero di più. Risultato, ti trattano male e non solo non pagano un prezzo, ottengono pure un risultato. È fisiologico che continuino. La seconda è la disponibilità infinita, rispondere al capo alle 11 di sera, a mezzanotte, alle 4 del mattino. La terza è lo sfogo inutile. Ti ha trattato male, ti sfoghi a casa con tua moglie, con tuo marito, col cane, col gatto, col collega. Tu ti senti meglio, lui non ha avuto nessuna conseguenza e ricomincia da capo. E in più al lavoro c'è il pubblico, quindi non ti sta misurando solo il capo, ti stanno misurando tutti gli altri, ed è per questo che si sta così male.

Quindi prima di cercare la risposta giusta, renditi conto di una cosa, queste persone quando ti mancano di rispetto non pagano niente. E una cosa te la devo dire. Smettere di pagare tu ha un costo, perché non rispondere alle 11 di sera e dire di no al lavoro nel weekend sono cose che riesci a fare solo se quello stipendio non è la tua unica fonte di sopravvivenza. Il rispetto per te stesso passa anche dall'avere dei soldi da parte.

Lunedì mattina, in riunione, ti parlano sopra

Scenetta. Stai dicendo qualcosa di importante e il capo, il collega, un superiore, taglia corto con "vabbè, andiamo avanti". Tu rimani lì come uno stronzo col caffè in mano, tutti guardano il telefono, nessuno dice niente. Momento di imbarazzo. In quel momento hai 2 secondi, e la prima mossa è quella che non fai. Perché tutti, quando vengono tagliati così, cercano di accelerare, di riempire il silenzio, di finire prima di essere interrotti di nuovo. Tu non fai niente. Ti fermi e lo guardi. Non riempi il silenzio, lo guardi, 2 secondi pieni. Detti così sembrano niente, ma ti assicuro che in una riunione sembrano lunghissimi, perché quel silenzio si riempie di imbarazzo e il prezzo lo paga chi ha interrotto, non tu. Nessuno può dire che stai litigando. Però stai iniziando a far capire, senza dirlo, che quello che ti viene fatto ha un costo.

Poi c'è il secondo pezzo. Non ricominci da capo. Ricominci esattamente dalla parola in cui ti hanno interrotto, alla stessa velocità di prima. Ti hanno interrotto sui numeri di marzo? Riprendi dai numeri di marzo, basta.

E poi ci sono quattro parole che ti devi cancellare dalla testa, per il tuo bene, non solo al lavoro: "scusa", "niente", "ah, volevo solo dire", "forse sbaglio, ma". Ogni volta che apri una frase così stai riconoscendo che chi ti ha interrotto ha fatto bene. E te lo dico perché io l'ho fatto per un sacco di anni. Stiamo lavorando, è un rapporto di lavoro, poi magari siamo pure amici fuori, ma niente scuse. Riprendi il tuo discorso e via.

E poi ci sono quelli che lo rifanno

Una settimana dopo, due settimane dopo, un mese, anni in certi casi. Con questi bisogna salire leggermente di livello, e la mossa è controintuitiva, perché un sacco di noi si preparano per anni il grande discorso, se lo immaginano, a me è successo tante volte. Invece fai una domanda. In privato, non a caldo, non davanti a tutti, a mente fredda, da persona educata. La domanda è questa. "Quando mi interrompi o mi parli sopra davanti agli altri, lo fai perché vorresti che cambiassi qualcosa nel modo in cui lavoro, o lo fai e basta?" E poi silenzio, finché non ha articolato un pensiero di qualche genere. Il silenzio mette a disagio, dà peso a quello che hai appena detto. Pensiamo tutti che servano chissà quali discorsi, e invece bastano 10 parole e 3 secondi per spiazzare chi hai davanti. Il senso della domanda, che non dici ma si percepisce, è "ho un problema professionale da correggere, o lo fai perché sei stronzo?". Se la risposta è "vabbè dai, no, non volevo farne una questione", hai vinto, hai messo un altro ostacolo sulla strada.

Questa domanda funziona benissimo in quel 20% di casi in cui il silenzio e la ripresa non sono bastati. Ma a una condizione, che dopo qualcosa cambi davvero. Non da parte del capo, i comportamenti degli altri non li controlliamo. Da parte tua. Dal momento in cui fai quella domanda tutto deve costare, non c'è più niente di gratis. Niente lavoro extra, niente disponibilità, niente "ma sì", niente straordinario. Io lavoro e vengo pagato per il lavoro stabilito dal contratto. Ti assicuro che in 3 settimane si accorge che gli hai tolto tutto il resto.

E se non funziona neanche così c'è l'ultima mossa. Sbattere la porta e andare a vivere con la Naspi? No. Smettere di considerarlo l'unico posto possibile. Aggiorna il curriculum, vai a un colloquio che non ti serve, guardati intorno. Ci sono un sacco di lavori che puoi fare, un sacco di modi per guadagnare online, un sacco di posti dove puoi andare. Non per andartene domani, ma per entrare psicologicamente nella dimensione in cui un'alternativa c'è. Questa cosa non si vede, ma fidati, si sente tantissimo.

Fra 3 anni non ti ricordi manco come si chiamava

Perché di tutta questa storia del rispetto sul lavoro c'è una cosa che non ti dice nessuno. Il punto non è il capo. Il capo passa, le aziende cambiano, tutto quello che ti sembra infinito prima o poi finisce, e fra 3 anni non ti ricordi manco come si chiamava questo qua. Quello che rimane è il lavoro che hai fatto su te stesso. Ogni volta che permetti a qualcuno di mancarti di rispetto stai raccogliendo una prova contro te stesso, una prova che sabota la tua autostima e ti dice che non vali. E ogni volta che ti fermi, che fai quella domanda, che non ti fai mettere i piedi in testa, stai raccogliendo la prova opposta, che sei una persona che vale.

Perché quando ti dicono "è solo lavoro, non è personale" non è vero. Quando ti trattano di merda è personale, eccome. Quindi non pensare a quello che ti dicono, pensa alla persona che vuoi essere, o che vuoi diventare. Tutto questo funziona, te lo assicuro per esperienza, ma funziona se quel lunedì mattina, quando entri in ufficio, sai chi sei e cosa vuoi dalla tua vita. Ti è mai capitato di restare lì col caffè in mano mentre qualcuno ti parlava sopra, e di accelerare per finire prima?