Per anni ho pensato che bastasse essere bravo e gentile: fare bene il mio lavoro, essere preparato, mantenere la parola data. E sai qual è stato il risultato? Le persone mi rispettavano, ma a metà. Prendevano decisioni senza chiedermi, mi interrompevano mentre parlavo, mi davano per scontato. Il problema vero è che fare il proprio dovere, purtroppo, non è abbastanza. Il rispetto non è deciso da quanto vali, ma da come ti comporti nei primi 10 secondi quando incontri qualcuno. Ci sono 7 comportamenti specifici che chi ti guarda registra senza nemmeno accorgersene, e poi usa per decidere quanta attenzione darti.
Prima però una cosa che deve esserti chiarissima. Il rispetto non te lo regalano, non si chiede e non si guadagna: si rende inevitabile. E tutto quello che leggerai è applicabile da domani mattina. Non ti chiedo di cambiare la tua vita: ci sono solo alcune cose da smettere di fare e alcune da iniziare a fare.
Come entri nella stanza: si gioca tutto in 5 secondi
C'è chi entra nelle stanze come se stesse chiedendo permesso: spalle chiuse, sguardo basso, il telefono in mano perché guardare il telefono alleggerisce l'ansia. Io questo l'ho fatto un sacco di volte, soprattutto da ragazzino. Poi c'è chi entra e basta: sguardo alto, spalle aperte, saluta per primo, fa il giro della stanza e non gliene frega assolutamente una sega se gli altri lo salutano meno.
Pensa alla riunione di brainstorming del lunedì in ufficio. C'è sempre qualcuno che entra col telefono in mano e qualcuno che entra senza, guardando tutti e salutando. Chi viene ascoltato per primo nei 20 minuti successivi? Ti sto parlando di due microatteggiamenti, soprattutto psicologici: devi entrare come se fossi arrivato, non come se fossi apparso. E il telefono te lo tieni in tasca, lo lasci nell'altra stanza, in macchina, buttalo fuori dalla finestra. Così chi ti vede entrare ha capito che esisti. La maggior parte delle persone, nelle situazioni, non esiste davvero.
Il ritmo con cui parli conta più di quello che dici
Questa magari non te l'ha mai detta nessuno, ma piantatela in testa: il ritmo con cui dici una cosa è più importante della cosa stessa. Avere il ritmo significa parlare più lentamente della persona con cui ti stai confrontando. Non lento come un disco rotto: lento dando peso alle parole. Quello che a te sembrerà lento, per gli altri sembrerà importante.
E soprattutto: chi viene rispettato non riempie i silenzi. È una tendenza che abbiamo tutti, i silenzi ci mettono a disagio. Ma il silenzio è uno strumento. Quando dici qualcosa di importante e l'altra persona resta lì 2 secondi, o non ha capito un cazzo o sta elaborando, di solito la seconda. Devi azzerare l'istinto del "ah no, aspetta, intendevo che". Tu hai detto quello che hai detto, tocca all'altro parlare per primo. Chi rallenta sta dicendo, senza dirlo: quello che io dico vale.
La parola data va rispettata. Punto.
Il terzo comportamento è quello con cui ti giochi il rispetto sul medio e lungo periodo. Ed è semplicissimo da descrivere, ma brutale nell'applicazione. Sei puntuale: arrivi quando hai detto che saresti arrivato. Se sei in ritardo, avvisi prima, mai dopo. C'è una differenza enorme tra "guarda, sono in ritardo di 20 minuti" detto 20 minuti prima dell'appuntamento, e "tranquillo, sto arrivando, sono nel traffico" scritto 5 minuti dopo. La prima è gestione della tua vita, tutti abbiamo imprevisti. La seconda è una scusa. E le persone che vengono rispettate non hanno scuse.
Pensa al collega che ti dice "te lo mando entro venerdì" e poi ti arriva lunedì, una, due, tre volte. Dopo quanto smetti di credergli? Anche le persone che ci vogliono bene fanno un calcolo continuo su quanto siamo affidabili, e in base a quello decidono se parlarci di progetti seri, magari anche molto remunerativi, o se restare a livello di chiacchiera da bar. Le persone perdonano gli errori, io ne ho fatti un sacco. Non perdonano chi non mantiene la parola, perché chi non la mantiene sta dicendo "la mia parola non vale niente". E lo sta dicendo per primo a se stesso.
Impara a dire no senza giustificarti
Qui il 90% delle persone che conosco si autodemolisce. Il capo ti chiede di fermarti il venerdì sera, un amico ti chiede di organizzare la cena di compleanno di qualcun altro, tua suocera ti chiede di passare a prenderla domenica mattina esattamente alle 8:33. E tu, che vorresti dire no, ti lanci in 3 minuti di autobiografia sulla tua vita, della quale oggettivamente non frega niente a nessuno. Tranne per il fatto che stai passando un messaggio: il tuo no è negoziabile, basta convincerti che la tua scusa non è abbastanza buona. E infatti parte la contrattazione su una cosa che non vuoi fare. Follia pura.
La versione corretta è un'altra: "venerdì non posso, lo faccio lunedì mattina". Oppure semplicemente: "no, non posso". Basta, fine. Ma perché cazzo ti devi giustificare? Se l'altra persona si offende, sta dicendo qualcosa di se stessa, non di te: non ti riguarda. Dire no senza giustificarti non è arroganza, è chiarezza. Le persone rispettano chi ha confini chiari, non chi ha confini sfumati e pieni di scuse inutili.
La regola dei 2 secondi
E se l'altra persona ti provoca? Qui esplode il restante 10% dei tentativi di farsi rispettare. La regola è una sola, tatuatela in testa: quando qualcuno ti provoca, nei primi 2 secondi non reagisci, e poi te ne prendi altri 10 per respirare.
Pensa alla cena di Natale, il fondo di distruzione di qualunque famiglia italiana, e a quel parente. Non te lo devo dire il nome, ce l'hai già in testa. Quello che ti chiede davanti a tutti "uè, ma quand'è che ti sposi?". La versione reattiva è "ma che cazzo c'entra adesso che mi sto a magnare il cotechino?". Ecco: in quei 2 secondi hai permesso a una persona di comandare la tua vita. Hanno premuto un bottone, tu hai suonato. La versione con i 2 secondi è: finisci di tagliare la tua fetta di sacrosanto cotechino, silenzio, sguardo dritto in faccia, sorriso, "quando sarà il mio momento". Oppure, se vuoi essere stronzo: "quando troverò qualcuno che mi sopporta come mamma sopporta papà". La stanza ride, tu fai la figura di quello superiore, e magari la prossima volta il parente se lo ricorda.
Smetti di dire scusa, inizia a dire grazie
Il sesto è il più piccolo della lista, ma cambia completamente il modo in cui suoni in una conversazione. Versione vecchia: "scusa il ritardo". Versione nuova: "grazie di avermi aspettato". Versione vecchia: "scusami se ti rompo con questa cosa". Versione nuova: "grazie per il tempo che mi stai dando". Versione vecchia: "scusa se non ti ho risposto prima". Versione nuova: "grazie per la pazienza". E vai avanti così.
Perché quando arrivi in un posto e ti senti dire "sei in ritardo", quella persona sta cercando di imporre il suo potere su di te, vuole farti sentire in colpa. Se dici "scusa", non arrivi da nessuna parte. È oggettivo che tu sia in ritardo, ma perché cacchio ti devi scusare? Attenzione: questo vale per le minchiate. Per gli errori veri, se hai fatto un danno, ti scusi, perché quella è assunzione di responsabilità e anche quella comanda rispetto. Ma ti assicuro che se applichi anche solo questa, in due settimane cambia il modo in cui la gente ti guarda.
Ti allontani da chi non ti rispetta
Il settimo chiude il cerchio, e senza questo gli altri sei non valgono nulla. Significa che la persona che non ti risponde ai messaggi smetti di rincorrerla. Che non riprogrammi per la terza volta la cena cancellata le due volte precedenti senza un motivo. Che smetti di dare spiegazioni a chi ti tratta male e poi fa finta di niente. Ma attenzione: niente sceneggiate, non bruci i ponti, non bruci la macchina a nessuno. Passi oltre, silenziosamente.
Non si tratta di essere superiori: si tratta di riallocare il tuo tempo, la tua vita unica e irripetibile, con persone che ti rispettano. Ricevere rispetto significa, a un certo punto, smettere di offrire la versione migliore di te a chi ti dà la peggiore di sé. Quando le persone capiscono che la tua attenzione la possono perdere, iniziano a rispettarti, perché capiscono che il tuo tempo non è scontato.
Da domani mattina
Sette comportamenti, tutti osservabili, tutti applicabili da domani mattina. E ora torniamo alla persona che avevi in testa all'inizio: il familiare, il collega, il capo. Con quale di questi sette parte il problema? Di solito è uno solo, e di solito lo sai già. Parti da quello.