Fino a 6 anni fa compravo in maniera compulsiva, senza rendermi nemmeno conto dei miei acquisti, e avevo oggettivamente più debiti che soldi in banca. Poi un giorno, guardando tutta la roba che avevo in casa, nell'armadio, in ufficio, e soprattutto guardando l'estratto conto della carta di credito, mi è venuta l'ansia. Se avessi continuato così sarei stato uno con un sacco di cose belle, magari pure invidiato per strada, ma senza niente di valore da parte. Nel giro di qualche mese ho stravolto il mio rapporto con lo shopping. Ma per arrivarci ho fatto un sacco di errori e buttato un sacco di soldi. Queste sono le 10 categorie di acquisti che rimpiango, col perché le compravo e cosa ho imparato. Se sei un po' come me, ti rivedrai almeno nella metà.
La prima è quella da cui è partito tutto: copiare gli altri
Ero all'università, un'epoca in cui gli influencer non esistevano ancora: vedevi una cosa addosso a qualcuno che ti sembrava messo bene e dovevi averla. Nel mio caso era una cazzo di cintura di Louis Vuitton. Non me la potevo nemmeno permettere, ma sono andato a Milano, l'ho comprata, e arrivato a casa mi sono reso conto che non mi stava neanche così bene. E da ragazzino le scarpe di Prada America's Cup, non so se te le ricordi. Mamma mia, col senno di poi.
Il punto è che comprare qualcosa solo perché ce l'ha qualcun altro, che sia uno che conosci o uno che segui sui social, non ti insegna niente di quello che vuoi tu, della tua personalità, di quello che ti sta bene addosso. È solo quando ho smesso di copiare che ho iniziato ad avere uno stile mio: una divisa, le t-shirt che uso nei video e in giro, le polo a maniche lunghe. Più Giuseppe e meno qualcun altro. Questa scoperta mi è costata migliaia di euro spesi prima.
Le cose che compri solo perché sono belle
Il mio ricordo principale è un piumino di Missoni per Save the Duck, una capsule collection. Era oggettivamente bello, ma bello al limite del brutto, quel brutto che a un certo punto diventa bello (me l'ha spiegato poi mia moglie). Mai messo. Rivenduto su Vinted a €20, con una perdita di 300 euro o qualcosa di simile.
Avevo l'armadio pieno di roba comprata solo perché era bella o perché mi piaceva l'idea di averla, senza usarla mai. Vale per un sacco di "ciapputi", dal vocabolario di Arianna: piccolo oggetto da porre in casa, detto anche ciappapulvi, di nessuna o scarsa utilità. Poi ho capito una cosa banale: posso dire che una cosa è bellissima senza spendere soldi per comprarla.
L'acquisto che ti costringe a comprarne altri
Esci di casa per comprare l'abito del matrimonio. Compri l'abito, poi la camicia col colletto non ci sta bene, allora la cravatta abbinata, nel mio caso la pochette, le scarpe, la cintura di un materiale diverso dalle scarpe. Sei uscito per una cosa e torni con 10. Mi è successo pure con le case: casa nuova, e il divano vecchio di colpo non ci sta bene, quindi finisce in garage. Abbiamo due garage pieni di arredi, e all'ultimo trasloco abbiamo fatto un giveaway.
Questa cosa ha un nome, si chiama effetto Diderot: compri una cosa nuova e tutte quelle vecchie non sono più all'altezza. È difficilissima da sgamare. Io ci ho messo anni e ogni tanto ci casco ancora, ma oggi la evito al 95%, da quando ho capito il meccanismo: l'acquisto mi dava dopamina, e quindi gliene buttavo un altro dietro per giustificare quel piacere.
I doppioni che mi facevano sentire furbo
Qui mi sentivo uno scienziato. C'era un profumo di Cartier che mi aveva regalato mia zia, del quale a distanza di anni non ricordo manco il nome. Ero ossessionato dal rischio che smettessero di produrlo, quindi ne ho comprata una valanga. Poi è uscito davvero di produzione, e morale della favola: ne ho sei confezioni nuove in bagno da anni. Stessa cosa con le varianti: il pantalone o la maglietta che mi stava bene la compravo in almeno tre colori, perché mi rassicurava. Acquisti del cazzo.
Oggi non compro più doppioni, ma compro in serie, che è un'altra cosa: trovo una maglietta che mi sta bene e ne compro 10, perché so che userò sempre quelle. Ha una funzione di standardizzazione: riduco la scelta, riduco il carico cognitivo la mattina, riduco gli acquisti. Comprare doppioni non è sbagliato in sé, è sbagliato farlo in maniera compulsiva per rassicurarsi come facevo io. Cazzo che brutta roba.
Non uscire dal negozio a mani vuote
Ci è capitato a tutti, a me capita ancora di sentire questa pressione: magari hai fatto provare al commesso un milione di cose e ti sembra brutto non comprare niente. Oppure sei andato all'outlet o in centro e ti sembra di aver perso tempo se torni senza nulla, quindi giustifichi l'acquisto così.
Oggi ho imparato a riconoscere lo schema: se non ho bisogno di quella cosa, o non mi sta bene veramente, o il prezzo non mi convince, pace, non la compro. Il commesso sta lì per lavorare, fa quel mestiere, non gli ho fatto alcun torto. Ho smesso di comprare per compiacere gli altri, ed esco a mani vuote un sacco di volte. Anzi, molte volte quei giri non li faccio nemmeno.
L'oggetto hype del momento
Questo me lo ricordo 30 volte al giorno perché ce l'ho sulla scrivania: la borraccia della Stanley, comprata negli Stati Uniti qualche anno fa. Comprata da Arianna, a essere sincero. Costava qualcosa come 54-60 ⟨dollari⟩, con un orso con le ali e una corona sopra. Veramente comoda, la uso 250 volte al giorno, e vale esattamente quanto quella da €10 su Amazon.
Per me per un certo periodo era la tecnologia: l'Apple Watch appena uscito, il MacBook nuovo. Ho comprato un sacco di cose solo perché erano l'oggetto del momento, e poi ho imparato che il trend finisce prima dell'oggetto stesso. Quindi la regola oggi è questa: quando una cosa è troppo spinta sui social e mi parte in testa il "la devo avere", non la compro per principio. Se mi serve veramente, la infilo in una lista e ci ripenso.
I loghi: quello che ha fregato la mia generazione
E sta distruggendo l'attuale. Il portafogli di Louis Vuitton, la cintura di cui ti parlavo prima, qualunque cosa comprata per il marchio, per lo status, per far vedere agli altri che ce l'avevo fatta o che facevo parte di un gruppo. Le aziende ci hanno costruito miliardi sulle nostre spalle, perché quella stessa maglietta con quel logo per qualche ragione costava €500. Mi ricordo Guru, una delle cose più agghiaccianti della storia, e poi Baci & Abbracci, che io fortunatamente non cagavo.
Non è facile uscirne, siamo bombardati ogni giorno, ci va del tempo. Ma la domanda da farti è una: stai comprando quell'oggetto per la qualità e l'utilità che ha, o per quello che c'è stampato sopra? Oggi compro al 99% no logo, perché sono arrivato al punto in cui non me ne frega un cazzo di quello che pensa la gente di me: che sia ricco, che non sia ricco. Mi interessa stare bene con me stesso.
Perché costa poco, perché costa tanto
Due facce dello stesso errore. La prima: comprare perché costa poco. Sono diventato totalmente contrario al fast fashion, alla roba da €3-5, ai pacchi giganti dalla Cina, ma l'ho fatto per anni e ho buttato quintali di vestiti e roba tecnologica che non valeva niente. Era lo stesso ragionamento dei saldi e degli outlet: se costava poco mi sentivo in dovere di comprarla, e in realtà stavo solo alimentando la mia voglia di spendere. Quello che ho imparato è che non conta l'affare, conta l'utilità che quell'acquisto ha per me. Praticamente ogni cosa comprata perché era in saldo sono stati soldi buttati.
La seconda: comprare perché costa tanto. Qui c'è un bias cognitivo vero, Daniel Kahneman in "Pensieri lenti e veloci" l'ha spiegato benissimo, libro pazzesco: se una cosa costa tanto, nella nostra testa vale tanto. Quindi ho smesso di guardare il prezzo e ho iniziato a valutare come le cose sono fatte: le cuciture, la durabilità, la costruzione. E ho smesso di farmi prendere per il culo nelle boutique di lusso, dove alla domanda "quanto costa" ti rispondono "il valore di questo oggetto richiede un investimento economico di €12.500". Ma valore un cazzo: dimmi quanto costa, poi io guardo l'oggetto e mi faccio un ragionamento se ha senso. Prezzo alto non significa valore alto.
La scusa dell'investimento
E arriviamo alla scusa pazzesca, quella che ho usato per giustificare la stragrande maggioranza dei miei acquisti e che in casa mia mi viene smontata sempre: "sto facendo un investimento". Investo in quel paio di scarpe, in quella giacca, in quel cappotto, in quell'orologio di merda, tra parentesi. È un modo per sentire meno il dolore della spesa: non sto consumando, sto investendo nel mio futuro.
Il punto è che gli investimenti veri sono pochi: i beni che producono una rendita o che hanno una proiezione di crescita del valore costante. Tutto il resto è consumo. Quindi quando trovo qualcosa che mi piace, che è cara e che userò per anni, la chiamo per quello che è: una cosa che compro e che userò un sacco di anni. Punto. È una cosa che devo ripetermi ogni volta, e ci devi lavorare anche tu, perché le cose che chiami investimento saranno il tuo rimpianto peggiore.
Se leggendo questa lista ti è venuto un po' di fastidio, tutto normale: a me dà fastidio ogni volta, anche adesso che te l'ho appena raccontata. Vuol dire che siamo sulla stessa lunghezza d'onda. In quante di queste dieci ti sei rivisto?