10 Cose Che Non Vale Più la Pena Comprare

10 Cose Che Non Vale Più la Pena Comprare

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Il mercato ha alzato il prezzo di quasi tutto tenendo la qualità low cost: dieci categorie di acquisti che non valgono più i tuoi soldi, con i conti fatti davanti a te.


Uno dei miei proverbi preferiti, che hai sentito un sacco di volte anche tu, è «chi più spende meno spende». Meglio comprare una volta sola, ma una cosa di qualità. Il problema è che ultimamente mi sto accorgendo che non è più vero, perché negli ultimi anni il mercato ha fatto una cosa ben precisa: ha alzato il costo di praticamente tutto mantenendo la qualità low cost. E acquisti che una volta erano considerati premium oggi non valgono più quello che costano. Quindi ecco dieci categorie di oggetti che sono diventati delle schifezze a prezzo premium. Iniziamo.

L'usato non è più la mossa smart

Parto dal più controintuitivo, perché dovrebbe essere quello che ci fa risparmiare più soldi in assoluto: l'usato. Vinted, i mercatini, i vintage shop che ormai vedi ovunque, a Milano, a Roma, li vedo anche ad Alessandria da dove provengo io. Dieci anni fa andare per mercatini significava portarti a casa una camicia fighissima a 5 euro o un montone vintage incredibile a 15. Era la mossa smart money della nostra generazione.

Oggi quella stessa camicia costa 40 euro su Vinted, e per trovarla devi scartabellare in mezzo a una valanga di fast fashion che la gente ha messo in vendita a cifre folli solo perché è un po' diversa da come sembrava sul sito. In più l'algoritmo di Vinted, per impostazione della piattaforma, ti fa vedere prima le cose che costano di più, perché ti dà una percezione di valore. E per assurdo su molte categorie il prezzo del second hand ha superato il costo di roba dello stesso livello nelle grandi catene. È diventato un casino pazzesco.

Il lusso è diventato fast luxury

E il problema non c'è solo sull'usato di fascia bassa. Fino a 10 anni fa il lusso era quasi un investimento: compravi l'oggetto, lo usavi, lo rivendevi a poco meno di quanto l'avevi pagato. Il dato qui è quasi violento. Prendi la borsa Chanel Classic Flap, quella che desideri tantissimo tu o tua moglie. Nel 2010 la trovavi nuova a 2.800 euro. Nel 2026, stessa borsa, stesso atelier: 11.200 euro. Quattro volte tanto.

E ti dico una cosa che 5 anni fa non mi avresti mai sentito dire: la qualità fa schifo. C'è stato il caso della borsa Dior diventato virale su TikTok: 4.500 euro e pochi mesi dopo migliaia di video con le cuciture che si aprivano. Stesso discorso con le Loro Piana, con la suola che diventa gialla dopo cinque minuti. E anche l'usato di lusso ha seguito la stessa linea: quella stessa Chanel oggi ti costa 4.500 euro usata, se la trovi originale. Siamo entrati in quella che molti chiamano l'era del fast luxury: costa un sacco, branding di una volta, qualità di merda, fine. Non stai più comprando un oggetto che ti resta per la vita, stai comprando un logo.

Ce l'hai nell'armadietto anche adesso

E tu potresti dirmi: «Fermo, Giuseppe, a me del lusso non me ne frega una sega». Ok, ma hai lo stesso identico problema su qualcosa che compri al supermercato sotto casa: i multivitaminici. Il Multicentrum a 20-25 euro, comprato solo perché fanno un botto di pubblicità, ha sostanzialmente lo stesso contenuto di quello della Lidl o dell'Eurospin che ne costa 8. E in più ci sono studi del 2024 che hanno accertato che i multivitaminici non servono a un cazzo. Se hai una carenza vera, vai da un nutrizionista, ti fai le analisi e ti danno esattamente quello che ti manca. Come faccio io.

Il pranzo veloce fuori è una rata invisibile

Qui spendiamo tutti, spendo anch'io. E diamo i numeri: un poke ormai sono minimo 18-20 euro, un hamburger da Five Guys 25-30. Il pranzo veloce fuori è diventato una rata invisibile sull'estratto conto, una spesa che pesa 300-400 euro sui nostri bilanci. E di fatto stiamo mangiando cose che non hanno chissà quale qualità solo per risparmiare tempo. Dal canto mio, ormai mi preparo la schiscetta da casa.

La parola magica «proteico»

La moda degli ultimi anni: barrette, yogurt proteici, ricotta proteica, perfino la pasta proteica. In Italia. La pasta proteica. Vai al supermercato e fai il conto: yogurt proteico da 150 grammi, 1,90 euro. Lo stesso yogurt greco normale, 80 centesimi. La differenza di proteine? 3 grammi. Stiamo pagando 1,10 euro per 3 grammi di proteine, che è quanto costa una scatoletta di tonno che ne ha di più dentro, o due yogurt greci, tra l'altro meno processati.

L'industria del fitness ha fatto quello che ha fatto l'industria del bio nel 2015: scrivi una parola in più sulla confezione e ci metti un 300-400% di markup sopra. Le proteine non si comprano negli snack confezionati, stanno in quello che mangiamo già.

Lo streaming: paghi per non guardare

Netflix, Prime Video, Sky, DAZN, Disney+, Paramount+, Now, Apple TV. Mi sono dimenticato qualcuno? Tutti accesi contemporaneamente, ma non li guardiamo contemporaneamente. Facciamo il conto: Netflix a 18 euro, Prime a 5, Disney+ a 10, DAZN piano calcio a 35 perché non ci vogliamo perdere la partita, Sky Cinema a 30. Siamo quasi a 100 euro al mese. Moltiplicato per 12: 1.200 euro all'anno. Per tre quarti di contenuto che non guardiamo, visto che l'italiano medio guarda 4-5 ore di streaming a settimana.

I modi per uscire da questa gabbia senza rinunciare allo streaming sono due. Il primo è quello che uso io: disattivo tutti i rinnovi automatici, e ogni volta decido se riattivare o no. Già quella piccola frizione molte volte mi fa dire «ma chi me lo fa fare di buttare 20 euro». Il secondo l'hanno inventato gli americani e si chiama churning: ti abboni a un servizio solo, ci fai binge watching per due mesi su tutto il catalogo, poi lo chiudi e passi al successivo.

La t-shirt che butti al secondo lavaggio

Ti ricordi i basici? La t-shirt, i jeans classici, la felpa neutra, il maglioncino da ufficio. Nel 2010 una t-shirt da Zara costava 10 euro, cotone da 180 grammi, perfetta, durava 3-4 anni. Comprane una adesso: dai 23 ai 45 euro, tessuto da 130 grammi al metro quadro, un mix di poliestere che al secondo lavaggio butti. Le grandi catene hanno praticamente smesso di vendere cotone 100% sui basici, e ti infilano tessuti sintetici pure nelle fasce alte. Questa roba costa meno soltanto per chi non fa il conto del costo d'uso: quante magliette devo comprare in un anno prima di buttarle via, inquinando pure il pianeta.

La borraccia virale e i suoi fratelli

I trend di TikTok: la maledetta borraccia Stanley, i Labubu, i gadget, le bibite virali tipo Prime. 40-45 euro per tenere l'acqua fresca, cosa che la borraccia della Decathlon da 10 euro fa uguale. Questi oggetti hanno una vita di 6 mesi, alcuni arrivano a un anno, un picco clamoroso e poi finiscono tutti nell'armadio o nel cestino. E la cosa che ci fotte è che in quel momento non stai comprando l'oggetto: stai comprando di esserci, di far parte di un gruppo di persone che hanno quella cosa. Quando capisci questo meccanismo, smetti.

Prime e l'acquisto d'impulso ingegnerizzato

Sia chiaro: io amo Amazon, lo uso per qualsiasi acquisto, penso che sia un servizio pazzesco. Ma parliamo di 49,90 euro all'anno per un utente medio che fa 4-6 ordini al mese, tra i 10 e i 40 euro l'uno. Sono 100-240 euro al mese a persona, e la stragrande maggioranza di quella roba finisce in un cassetto. Il problema vero non è Prime in sé: è che Amazon è riuscita a ingegnerizzare l'acquisto d'impulso. Hai presente il pulsante one click? L'hanno brevettato. Ci sono persone che hanno studiato mesi per trovare il modo più veloce di farti comprare senza farti sentire il dolore della spesa. Geniale. E devastante.

Gli abbonamenti alle app: il mio audit da 450 euro al mese

Una volta ti compravi il software: Word, Excel, Photoshop, il videogioco. Ci hai fatto caso che adesso non si può più comprare niente? Tutto in abbonamento: GPT, Claude, Gemini, i 2 terabyte sul cloud perché sull'iPhone non ci sta più nulla, Canva Pro, Adobe Creative Cloud, Office 365, più tutte le micro-app da «tanto sono 5 euro al mese». Io ho fatto un audit personale, tra lavoro da avvocato, attività da youtuber e cazzate mie: spendevo qualcosa come 450 euro al mese di software. Una cifra folle. Quindi vai negli abbonamenti del tuo store adesso, e ti assicuro che trovi almeno 3 cose che non usi più e che ti vanno giù automaticamente.

Il conto che faccio io prima di comprare

Il filo di tutte e dieci queste categorie è lo stesso, e si chiama costo per uso reale. Non dividere mai il giudizio dal conto: prendi il prezzo e dividilo per le volte in cui userai davvero quella cosa, perché è lì che si vede se vale i tuoi soldi. La camicia da 40 euro messa due volte costa 20 euro a uso. La borraccia da 45 euro usata sei mesi, uguale. La t-shirt da 10 euro che durava 4 anni, quasi niente.

Se smetti di buttare soldi anche solo in una di queste dieci categorie, a fine anno hai un bel gruzzoletto in mano. Quindi fai il conto anche tu, adesso: quale di queste categorie ti sta fregando di più? Guarda l'estratto conto degli ultimi tre mesi e rispondi onestamente.